Il trattamento dell’ADHD nell’infanzia e nell’adolescenza
[Tratto da Alberto Morandi e Silvia Locatelli, 7/2/2020, State of Mind]
Quando si parla di Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività – ADHD, la maggior parte delle volte riguarda la gestione di bambini ‘difficili’ che mettono alla prova i propri genitori a casa e gli insegnanti a scuola. Non bisogna però sottovalutare il fatto che, una volta cresciuto, il bambino con ADHD diventerà un adolescente con ADHD, con tutte le conseguenze e le implicazioni che ciò significa, sia in termini di aggravamento del disturbo (e di pericoli maggiori) sia in termini di concomitanza con altri disturbi (ansia, depressione, condotta).
Prima però facciamo un passo indietro: come viene trattato l’ADHD nell’infanzia?
Solitamente si avvia un percorso multidisciplinare, che coinvolga anche la famiglia e la scuola. In età prescolare e scolare gli interventi più efficaci sono il Parent Tranining (anche di gruppo) e il Teacher Training rivolto ad operatori scolastici, abbinato (quando il bambino ha circa 8 anni) all’intervento diretto con il paziente in termini di supporto alle proprie competenze auto regolative, attentive, comportamentali e sociali. Le situazioni gravi prevedono anche la consulenza del neuropsichiatra infantile, per la prescrizione del farmaco.
E quando il bambino cresce?
In adolescenza però, col cambiare del ragazzo e della sua quotidianità, deve modificarsi anche la tipologia di intervento. Per adolescenti e giovani adulti è risultato efficace un trattamento di Psicoterapia Cognitivo Comportamentale (psicoeducazione sul disturbo, training di abilità di pianificazione e organizzazione, apprendimento di abilità per ridurre la distraibilità, ristrutturazione cognitiva, riduzione della procrastinazione, miglioramento delle competenze comunicative, gestione di rabbia e frustrazione) unito a sessioni di Mindfulness e di Terapia Dialettico Comportamentale.
Alcuni studi hanno inoltre suggerito di integrare al lavoro comportamentale il riconoscimento e l’individuazione di esperienze biografiche del paziente (solitamente negative e traumatiche): schemi precoci maladattivi possono formarsi durante l’infanzia da esperienze negative croniche con gli altri (ad es. i genitori o i pari), possono interferire nello sviluppo della personalità e persistere fino all’età adulta. Per indagare e gestire queste esperienze è possibile ricorrere alla metodologia EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), che permetterebbe l’elaborazione dei traumi relazionali precoci (relativi alla storia di attaccamento) e l’elaborazione dei traumi secondari alle manifestazioni dell’ADHD (ad es. frustrazioni scolastiche o sociali subite).
Tutti questi trattamenti, utilizzati in maniera combinata, condivisi con la famiglia, e accompagnati a un’adeguata terapia farmacologica, si sono rivelati efficaci nel sollevare i pazienti dalle difficoltà che incontrano a causa dell’ADHD.
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