Non chiamateli eroi, fatelo per il loro bene

Siamo in piena emergenza sanitaria, il Coronavirus ci sta mettendo a dura prova, molte zone dell’Italia faticano a gestire le presenze negli ospedali e la gestione delle salme dei cittadini defunti. Chi sta fortunatamente godendo di buona salute, è chiuso in casa da parecchi giorni, e sta facendo i conti con nuove abitudini ed elevati livelli di stress.

Qualcuno parla di guerra

I medici e tutto il personale sanitario impegnato nell’emergenza vengono definiti eroi: loro sono quotidianamente concentrati sull’obiettivo, non hanno tempo da perdere, non si possono concedere errori; l’attenzione dei mass media è tutta su di loro, e sono nate numerose azioni di solidarietà per far sentire loro la vicinanza e la gratitudine di tutta la popolazione. Tutto questo è funzionale, e ci sta facendo sentire uniti contro un problema che ci accomuna tutti, in quanto essere umani.

Ma non chiamateli eroi…

Tuttavia la dr.ssa Lilian Pizzi (psicoterapeuta di Medici senza frontiere) ci mette in allerta: la retorica degli eroi usata per definire il lavoro dei medici è molto rischiosa, perché tende a caricare ancora di più sulle spalle dei singoli la responsabilità di quello che sta succedendo, deresponsabilizzando la collettività.

Cosa fanno gli eroi? Cosa li distingue dalla gente comune? Gli eroi sacrificano la propria vita per il bene di tutti!

Non è questo che possiamo chiedere ai nostri medici: parlare di loro come di eroi rischia di facilitare lo sviluppo di sindromi da burn out, ma anche di facilitare la messa in atto di comportamenti rischiosi durante il lavoro.

Occuparsi degli altri, curare le persone (prima ancora che i corpi) è un mestiere complesso, è probabilmente prima di tutto una passione, una vocazione. Non possiamo chiedere al nostro personale sanitario nulla di più di quello che sta già facendo, e che sicuramente ha sempre fatto, anche fuori dallo stato di emergenza: si comportano da eroi, ma sono esseri umani.

 

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Laura Grigis Psicologa Bergamo
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