Quali conseguenze sta avendo il Covid-19 sul personale sanitario?
Daniela ha 34 anni, e fa l’infermiera nel reparto di terapia intensiva del San Gerardo di Monza: un giorno entra in ospedale ma, invece di andare in corsia, si rinchiude nel bagno dell’ospedale e si toglie la vita. Non aveva problemi psicologici, non sono stati trovati biglietti per spiegare il suo gesto, ma non è difficile collegarlo alla situazione drammatica che tutti gli operatori sanitari stanno affrontando a causa dell’epidemia di Covid-19.
In questi giorni di emergenza sanitaria, in prima linea ci sono medici, infermieri, operatori, assistenti sanitari e soccorritori. Hanno la certezza di avere a che fare con persone malate di Covid-19, hanno il desiderio e la speranza di poter aiutare il maggior numero di pazienti.
Cosa rende drammatica questa situazione? Il confronto quotidiano con la malattia e la morte, unito ad un carico di lavoro senza precedenti, che sta già lasciando segni profondi.
Paure e difficoltà
Vengono chiamati eroi, ma sono prima di tutto esseri umani: hanno paura di sbagliare, di commettere un errore fatale per il paziente, fatale per loro, fatale per chi incontreranno a fine turno, a casa. Una delle più grandi difficoltà è comunicare la morte del paziente ai familiari: lo si fa per telefono, parlando con persone che non si sono mai viste, e che tutti i giorni sperano (spesso invano) in un miglioramento del proprio caro ricoverato. Altra difficoltà, come se non bastasse, è il senso di colpa e d’impotenza dei medici che vedono morire le persone da sole in corsia, senza il conforto dei familiari.
Sono situazioni che medici, infermieri e operatori sanitari sono abituati a gestire, che hanno imparato ad elaborare e ad affrontare: ma non tutte insieme, non tutti i giorni, non con questa frequenza e tragicità, e non con la paura di potersi a loro volta ammalare.
Serve un sostegno psicologico
In questa emergenza non ci sono ancora i tempi, fisici e mentali, per elaborare quello che sta succedendo e per gestire le emozioni in maniera funzionale, e questo comporta un elevato carico di stress che ha delle conseguenze negative sul benessere psicologico del personale sanitario. Fortunatamente in molti ospedali sono stati attivati servizi a distanza di sostegno psicologico per gli operatori impegnati nell’emergenza Covid-19.
Il pericolo non arriva solamente dal virus
Insomma, il nostro personale sanitario non è esposto solamente (e già questo basta e avanza) al Covid-19. Depressione, ansia e insonnia sono solo alcuni dei disturbi e delle patologie psicologiche o psichiatriche che potrebbero insorgere nel medio e lungo termine. Cosa succede al cervello dei medici? Fanno turni anche di dodici ore, in ambienti in cui sanno di poter contrarre la malattia: il cervello di queste persone è in un continuo stato di allerta. Nel lungo periodo questa pandemia rischia di danneggiare i professionisti medico-sanitari, sia nella loro sfera umana personale e privata, sia nelle loro relazioni sociali, sia in ambito lavorativo.
Studi scientifici lo dimostrano…
A confermarlo è uno studio scientifico pubblicato di recente, intitolato Factors Associated With Mental Health Outcomes Among Health Care Workers Exposed to Coronavirus Disease 2019, che quantifica il rischio di sviluppo di patologie psicologiche e psichiatriche tra gli infermieri e i medici impegnati nella cura dei pazienti affetti da Covid-19. Nell’indagine vengono esaminati i risvolti relativi alla salute mentale di 1.257 operatori sanitari di 34 ospedali cinesi: la gran parte di questi ha riferito di aver sviluppato depressione (50%), ansia (45%), insonnia (34%) e disagio psicologico generalizzato (71,5%). Le donne, e in particolare le infermiere, hanno riportato sintomi particolarmente gravi.
Un altro studio, intitolato Applying the Lessons of SARS to Pandemic Influenza, sempre condotto sul personale medico-sanitario, ma relativa all’epidemia di SARS del 2003, ha inoltre evidenziato come gli operatori medico-sanitari «temevano di infettare la famiglia o gli amici», e si sentivano «stigmatizzati perché erano noti per essere stati a stretto contatto con pazienti malati». In questo studio, le patologie emerse sono state: disturbo da burnout (30%), sintomi di depressione e ansia (45%), aumento di consumo di tabacco, alcool e aumento di problemi cognitivo-comportamentali (21%), nonché l’abbandono o la richiesta di congedo per oltre 4 settimane fino a 4 mesi dal lavoro a causa di stress cronico (22%).
Per far fronte a questa emergenza, sanitaria ma anche psicologica, tutto il mondo della psicologia si è messo a disposizione. La speranza, oltre che di una rapida conclusione e ripresa, è di poter garantire il benessere mentale e il ritorno alla normalità anche per chi ha visto il Coronavirus da vicino.
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