Specchio, specchio delle mie brame
Il disturbo di dismorfismo corporeo
«La nostra società ha fatto dell’immagine un elemento centrale del successo personale, sociale e professionale. Nell’era del selfie perfetto e della chirurgia estetica spesso portata alle estreme conseguenze, preoccuparsi del proprio aspetto è diventata quasi un’esigenza. I bisogni di appartenenza e stima e il desiderio di piacere ed essere apprezzati non possono essere considerati, sempre e comunque, patologici: è fondamentale discriminare tra un’attenta e meticolosa cura di sé e l’espressione di un disagio psicologico». […]
Di che disturbo si tratta?
Il dismorfismo corporeo è caratterizzato dalla preoccupazione per difetti e imperfezioni percepiti nell’aspetto fisico, che però non sono osservabili oppure appaiono agli altri come lievi (DSM V, APA 2014). […] Le parti più frequentemente oggetto di preoccupazione sono la pelle, il naso, la bocca, gli occhi o il viso nel suo complesso, i capelli e le sopracciglia; le donne spesso focalizzano l’attenzione su seno, cosce e glutei. Gli uomini, invece, tendono spesso a soffrire di dismorfismo muscolare, disturbo caratterizzato dall’idea che la propria massa muscolare sia troppo scarsa o comunque inadeguata; un’altra area oggetto di notevoli preoccupazioni maschili è quella genitale.
Quanto è diffuso?
Ne soffre circa il 2% della popolazione ed è presente soprattutto tra i giovani: il disturbo esordisce solitamente durante l’adolescenza e si configura come cronico, se non viene trattato, associandosi ad altre patologie invalidanti […] . (Disturbo di dimorfismo corporeo, A. Scarinci e R. Lorenzini, 2015).
Come si fa a riconoscerlo?
Chi è affetto da dismorfismo corporeo mette in atto dei comportamenti ripetitivi, come ad esempio guardarsi allo specchio e sistemarsi il trucco, ricorre a numerosi interventi di chirurgia (senza per altro potersi mai dire soddisfatto dei risultati), passa giornate intere in palestra, si confronta con gli altri e chiede rassicurazioni. Tende inoltre a rimuginare spesso sull’imperfezione (reale o immaginata) nell’arco della giornata, dedicando anche molte ore al giorno a individuare e attuare sistemi per eliminarla o, quanto meno, per nasconderla agli altri; a lungo andare questi comportamenti, che a un occhio esterno non appaiono in alcun modo giustificabili o necessari, vanno a incidere negativamente sulla quotidianità della persona, fino a comprometterne il funzionamento sociale e lavorativo.
Quando bisogna preoccuparsi?
In adolescenza, che abbiamo visto essere il periodo critico di possibile esordio del disturbo di dismorfismo corporeo, è piuttosto normale notare che un ragazzo o una ragazza trascorrono molto tempo davanti allo specchio, preoccupandosi di come appaiono agli occhi dei coetanei. È invece importante prestare attenzione alle situazioni in cui questo tempo diventa eccessivo (e ruba spazio alla scuola, agli amici, allo sport), quando l’attenzione si presenta come novità improvvisa, quando è riferita a una specifica parte del corpo e quando questa attenzione si discosta in maniera significativa dalla cultura familiare in materia di cura del corpo.
Cosa si può fare per aiutare chi ne soffre?
È importante, per chi si rende conto di avere una persona vicina che soffre di dismorfismo corporeo, resistere alle pressanti richieste di rassicurazione e di aiuto nei rituali legati all’aspetto fisico […]. Spesso le persone affette da dismorfismo corporeo non presentano né consapevolezza del disturbo né motivazione a una psicoterapia che possa risolverlo: per questo motivo il contributo dei familiari si concretizza anche nell’aiutare a intraprendere, con la giusta motivazione, un percorso di sostegno psicologico.
La psicoterapia cognitivo comportamentale, associata a una terapia farmacologica, possono aiutare nella riduzione della sintomatologia e nel miglioramento della qualità della vita sociale e lavorativa.
“Trascorre più di 10 minuti a osservare la propria immagine allo specchio, aumenta il rischio di una valutazione non soddisfacente del proprio aspetto” – Veale e Riley, 2001
articolo pubblicato su Bergamo Salute [n° 50 – maggio/giugno 2019] a cura di Viola Compostella
con la collaborazione della dott.ssa Laura Grigis
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